Biografias impossíveis, fiabe magico

COSE MAGICHE CHE POCHI CONOSCONO.

Vanno molto di moda film e libri che trattano di “cose magiche”. Oltre ad alcuni che contengono cose vere, altri proprio non c’azzeccano niente. Siccome io sono una Fata che ha studiato e più che abituata a transitare tra i due mondi, ecco qui tre animali magici che nessuno conosce per davvero:

  1. Friccotteri = coleotteri che si nutrono del polline di fiori di canapa Indiana. Producono una specie di melassa che stimola l’immaginazione, è rilassante e a volte danno la ridarella.
  2. Aedis Aegypti = zanzare che volano in formazione geroglifica.
  3. Zanzare tigre = ci sono quelle estinte, con le zanne. Vengono dal Bengala e più raramente, le zanzare tigre dal pelo bianco vengono dalla Siberia.

Vorrei anche segnalare una macchina che, specialmente in periodi di crisi di identità nazionale, religiosa e quant’altro è molto usato: il DOGMOGRAFO, una macchina per scrivere cose a cui credere senza spiegazioni.

Poi, vorrei qui dare una spiegazione rapida su come fanno le creature magiche ad avere sempre qualche spicciolo in tasca: si trovano, di solito nei mercati sotterranei, in quelli paralleli e nelle terre di confine, le polveri d’arcobaleno. Sono arcobaleni liofilizzati, a cui basta aggiungere un po’ d’acqua perché si “gonfino”. Sono messi sotto vetro e, quando vengono idratati, hanno dimensioni variabili tra i 50 cm e i 5 metri. Dipende dalla loro grandezza la quantità di monete d’oro che si trovano alla loro base. Quelli più piccoli  hanno un pentolino con quattro o cinque monete, quelli più grandi arrivano ad avere pentole che ne contengono fino a 50.

Vabbè, dai, per oggi ho rivelato anche troppo…

 

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Le fiabe, il lavoro intellettuale e una fata di mezz’età (2)

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Allo stesso identico modo procedo nella mia analisi di Hansel e Gretel. Anzi, spingo anche di più il peso e la pesantezza delle argomentazioni, caso qualche dissennato abbia avuto il coraggio di bersi le mie ampollose parole fino a questo punto.

Il caso di Hansel e Gretel è, se possibile, ancora più grave di quello di Biancaneve. Si, perché se Biancaneve rivela la malinconia della restaurazione, dell’impossibilità di reali cambiamenti sociali in una società che rivela ampi vestigi di benessere e di possibilità di distribuzione dei redditi più giusta, Hansel e Gratel rivela gli angoli più tetri di questa disuguaglianza e della violenza della società. E lo fa, giustamente, utilizzando la figura del minore abbandonato. Bambini di strada che la famiglia non è in condizione di mantenere, costretti ad arrangiarsi anche per mezzi violenti. Dall’altra parte, troviamo la figura, direi quasi “piccolo borghese”, della strega, in realtà una pensionata che dalla vita ha avuto la sua piccola casetta, lavorando probabilmente nell’industria dolciaria. Una donna che non è sposata, non è madre, ma è, di nuovo, una che se l’è cavata più o meno da sola, e che si è costruita un piccolo rifugio chimerico in primo luogo per se’ stessa. Direi che il detto “Casa, dolce casa”, si adegua perfettamente ai valori in questione. Insomma, si tratta di vandalismo e invasione di proprietà da parte di minori, e della legittima difesa della proprietà privata in molti paesi garantita dalla costituzione stessa. Entrano qui in gioco però i valori, evidentemente in conflitto, dei diritti dei bambini e degli adolescenti, che complicano ulteriormente le cose, di fianco al fatto che siamo di fronte ad una signora anziana, si, ma priva di una tutela maschile, perciò, come Crimilde, potenzialmente pericolosa. Così si giustifica l’orrendo crimine dei due minori, che la bruciano nel forno.

Dopo due ore di profonde disquisizioni mete-dialettiche e le considerazioni finali, il mio testo è pronto. Mancano solo le referenze bibliografiche e una revisione per essere spedito a chi di dovere.

Perfetto. La giornata è ancora giovane, non è ancora ora di pranzo, ma ho lavorato e mi merito un po’ di riposo. Il caldo è pesante, di uscire non se ne parla proprio, l’afa mi fa stramazzare sul letto, dove mi assopisco fino al primo pomeriggio.

 

 

Verso le quattro e mezzo mi preparo per fare il mio giretto sul posto di lavoro. Siccome questa è una cittadina di provincia, le opinioni tendono a correre sul filo degli sguardi. Il presenzialismo lavorativo, come lo definisco io privatamente (indi per cui con me stessa) è l’offerta quotidiana agli sguardi istituzionali di una persona che guadagna onestamente il suo stipendio “andando a lavorare”. Se l’occhio vuole la sua parte, diamogliela.

In tutti questi anni ho imparato a mimetizzarmi. Sono diventata una vera donna camaleonte. Non credo al darwinismo sociale, ma lo applico al meglio possibile: per la mia sopravvivenza, l’importante è non avere predatori o, se ci sono, che non sappiano della mia esistenza. Se non dai fastidio, se sei solo un nome nella lista degli stipendi, non hai profumo e non puzzi, non sei ne’ carne ne’ pesce, prolunghi la tua vita utile senza correre tanti rischi di malattie cardiovascolari. Anche il fegato se ne giova.

Una delle mie scoperte, nel campo della sopravvivenza di una signora di mezz’età solitaria in una cittadina provinciale dispersa all’interno di un grande paese tropicale, è quella della necessità di non disturbare gli ormoni femminili. Non i miei.

I disturbi agli ormoni femminili altrui possono essere spiegati soltanto in termini vergognosamente patriarcali. Un patriarcato di cui molte rappresentanti muliebri si fanno carico. Dove lavoro, le donne sono le persone più ostili: attaccano possibilmente per uccidere. Sono le guardiane più severe della tua modestia, della tua umiltà, della tua nullità. Per un po’ la cosa non mi andava giù. Poi, il buon senso ha prevalso.

Si, il buon senso prevale, almeno nella maggior parte dei casi. È da stupidi voler cambiare la testa al mondo. Meglio far finta di aver cambiato la propria. Tanto, non vale la pena esporre un punto di vista alternativo a quello più comune. Almeno non per me. Quanto ai rappresentati maschili sul posto di lavoro, non conto un’acca, non sanno neppure che esisto ne’ gli interessa, atteggiamento tutt’altro che sgradito da parte mia, visto che la condizione di “non esistenza intellettuale” mi rende la vita assai più comoda.

Nessuno sa quello che faccio, ma l’importante è che tutti pensino che lo sto facendo. Tutto sommato, raccontare e scrivere storie è quello che faccio, e per poterlo fare tranquillamente è meglio che nessuno si accorga di me. Una vita praticamente perfetta. Una costruzione che mi è costata un po’ di sforzo ma che, sono abbastanza certa, difficilmente potrà essere demolita. In fondo, il mio studio socio-storico e anche un pizzico antropologico sulle favole qualcosa lo dice: io la casetta da strega di Hansel e Gretel mica la faccio appetitosa, così posso stare più tranquilla che non faccia gola a qualcuno.

 

 

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Le fiabe, il lavoro intellettuale e una fata di mezz’età (1)

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Meglio una brutta verità che una bella bugia.

Alle otto, come di consueto, apro gli occhi. Non ho bisogno della sveglia, è una questione di organizzazione metabolica. È il mio orario, sempre che non abbia deciso di fare le ore piccole la sera prima, il che è molto raro. Fuori il sole è già alto e il clima sgradevolmente afoso. Anche su questo, nessuna novità: cosa ci si può aspettare da un dicembre estivo ai tropici? Specialmente in una città lontana dalla costa? Neanche la speranza di una brezza oceanica. Sospiro, rassegnata ad alzarmi e ad affrontare un’altra giornata, in cui mi dedicherò, per un certo numero di ore, a meritarmi il pane quotidiano, dedicandomi ad attività ufficialmente remunerate. Ossia: ora di lavorare. Non che la cosa mi pesi. Anzi, trovo molto pratico il fatto di vivere ai margini della civiltà, in questo posto sperduto all’interno di un grande paese latinoamericano. Con poco sforzo garantisco le necessità basiche: mangiare, bere, dormire, cagare, fare sesso. Soddisfatte queste necessità, l’essere umano è a posto, non ha di che lamentarsi. Mangio tutti i giorni. Anche se da schifo, visto che non so cucinare. Bevo acqua a volontà. A volte anche birra e vino Quanto al sesso, finché le mani funzionano, risolvo in modo rapido e efficiente, sempre. Sono più di quarant’anni che convivo con me stessa, in pochi minuti, una o due volte al mese, la soddisfazione è garantita e senza stress, poi mi giro dall’altra parte e mi addormento tranquilla.

Il lavoro, che mi permette di sopravvivere senza grandi soprassalti, è quello di scrivere e diffondere un qualche tipo di conoscenza a degli studenti. Insegnare è una parola grossa. Diciamo che due volte la settimana racconto alcune banalità semplificate di cose lette e rimasticate migliaia di volte a delle giovani menti poco o niente interessati. Sono vent’anni che ripeto le stesse cose, quando apro la bocca spengo il cervello e entro in automatico. Dopo tutto questo tempo, ho eliminato questioni e affermazioni che possano suscitare dubbi o domande nel mio pubblico. Quello che spiego è diventato, nel corso degli anni, semplice e diretto. Il problema è un altro: tutto quello che spiego in modo verosimile, efficace ed efficiente non ha una qualsiasi validità o legittimità con il mondo reale o con l’esistente. Tutto quello che racconto è il frutto della mia immaginazione, della mia mente, e non di ricerche bibliografiche o di altra natura.

Certo, devo dimostrare di essere una studiosa interessata nella vita culturale e nella ricerca scientifica e sfoggiare in versione scritta questi miei interessi. Succede, però, che ho scoperto molto presto che a nessuno interessa quello che può scrivere una donna di mezz’età che risiede in una noiosa cittadina di provincia ai tropici. E neppure se ciò che dice è vero o falso. Tanto, esattamente per essere una donna di mezz’età in questa noiosa cittadina di provincia che continua ad essere ai tropici e lontanissima dalla costa, il presupposto è che quello che dico non serve a niente e a nessuno. È solo un dovere mio raccontare qualcosa e un dovere del mio pubblico essere presente fisicamente nel luogo dove racconto questo qualcosa. E allora, perché andare tanto per il sottile? La mia passione segreta è quella di raccontare storie. Se poi la gente decide di crederci, beh, questo non è un mio problema. Ci crede perché vuole, perché è più facile che non crederci, magari ci crede anche perché gli piace come racconto. In ogni caso, visto che nessuno dice niente, io continuo e racconto quello che mi piace.

Non è sempre stato così: nei primi tempi della mia attività universitaria ero convinta che il fatto di essere finita ai margini del mondo fosse una situazione avversa e provvisoria. Mi preoccupavo parecchio con quello che raccontavo. Leggevo e scrivevo cose nella cui verità credevo, pensando di avere chissà quale ambizione di carriera, amore e tutte le altre puttanate che pensavo fossero importanti. Mi stancavo come una bestia da soma. Poi mi sono resa conte della frontiera incredibilmente sottile che esiste tra la verità delle cose e la loro apparenza veridica, ma assolutamente non veritiera. Insomma, la mia passione è forgiare con le parole una realtà così verosimile che la gente poi ci crede, che la roba che faccio ha a che fare con la realtà del mondo. Beh, dopo cinque o sei anni, finalmente mi sono svegliata e visto e considerato che a nessuno interessava più di tanto approfondire quello che scrivevo o quello che dicevo e che era tutta un’energia sprecata cercare un senso nelle cose, e che, alla fine dei conti, generare cose con un senso dalla mia fertile immaginazione dava lo stesso identico risultato, ossia, mangiare, bere acqua, dormire, cagare e fare sesso, mi sono messa tranquilla a vedere il tempo passare sotto il sole caldo, lontana dal mare, lontana dal mondo, raccontando la fola della rava e della fava con buonapace mia e di quelli a cui tocca starmi ad ascoltare. Ogni sei mesi invento un articolo su un argomento assolutamente secondario e di nessuna utilità pratica al mondo e lo invio a una qualche rivista sconosciuta di università sconosciute in luoghi ancora più lontani dalla costa di questo in cui sto.

Oltre a questo, scrivo rassegne pseudo letterarie per il giornale locale. Niente di speciale. Romanzi, racconti e saggi improbabili ed impossibili, che nessuno ha mai letto ne’ leggerà mai. Ma che ogni tanto si citano se viene in mente in una qualche occasione, come se si fossero letti per davvero. E le mie storie, i miei romanzi ideali che giammai furono scritti e giammai lo saranno, cominciano a circolare. Non troppo, però, vai che qualcuno poi decide di trovare il tale libro. Mi limito ad inventare una pubblicazione plausibile, di una qualche casa editrice inesistente, che nessun google potrà mai scovare e ad usare un vocabolario un po’ ampolloso e il gioco è fatto, curriculum e sopravvivenza garantiti.

 

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Mi alzo e, come sempre, la mia prima attività è la pulizia della cacca del cane. Leone è un compagno fedele: grande, grosso e nero, se ne sta a vigilare la casa giorno e notte. La stazza, sui quaranta chili, fa sì che la sua produzione diaria di scorie mi faccia sempre pensare al duro lavoro degli inservienti di un circo di elefanti. D’altra parte, un’attività particolarmente sgradevole come questa è la maniera migliore di cominciare un altro giorno caldo. Insomma, se come prima cosa alla mattina una affronta una montagna vera e propria, non metaforica, di merda, il resto della giornata non può peggiorare

Dopo la raccolta delle cacche, il caffé. Si tratta di acqua sporcata e addensata da una polvere che si trasforma in fanghiglia, sempre, inevitabilmente, non importa la marca che scelgo. Una delle innumerevoli tradizioni locali: questa città, nel passato, ha vissuto gli splendori di capitale della plutocrazia produttrice di caffé. Esportava caffé in tutto il mondo.

Appunto: esportava.

Il caffé dava lucri altissimi, cosicché non ne rimaneva un chicco decente per il consumo locale, ma solo gli scarti degli scarti. Sembra sia questa la ragione per cui l’abitudine a vendere fango con ricordo di caffé è rimasta uguale fino ad oggi.

È l’epoca dell’anno in cui scrivo uno dei due articoli annuali da pubblicare in una qualche rivista “accademica” di una qualche sconosciuta facoltà privata, obbligata ad avere una rivista da una stupida esigenza ministeriale che impone che per mantenere aperta la lucrativa attività della vendita rateale in tre o quattro anni di un diploma di pseudo-laurea è necessario avere un tale di rivista. La cosa non è certo un grande problema, perché più nessuno spende un centesimo per mettere in piedi riviste cartacee. Sono tutte pubblicazioni elettroniche, i cui site si trovano solo cercando intorno alla pagina tremila dei motori di ricerca in Internet.

È il momento di mettere giù alcune paginette in bello stile, basate su una bella bibliografia di assai improbabili e improponibili libri, che nessuno mai farà uno sforzo per trovare, e anche se lo facesse, avrebbe seri problemi anche solo a localizzare su una cartina dettagliata il luogo in cui lo potrebbero aver pubblicato. Il segreto di questo lavoro consiste nello scegliere argomenti e titoli di cui non frega niente a nessuno. In questo modo, le probabilità che qualcuno si pappi l’articolo diminuiscono drasticamente, e così pure la possibilità che qualcuno si chieda cosa sta succedendo, o anche solo se sta succedendo qualcosa.

L’ultima cosa che voglio è che qualcuno si chieda se sta succedendo qualcosa, specialmente quando non sta succedendo niente. Proprio niente. Se ci si può garantire cibo, acqua, dormire, cagare e fare sesso senza che succeda niente, non vedo tre valide ragioni che mi spingano a cambiare la situazione.

Mi siedo, dunque, al computer e decido che oggi mi va di scrivere un bell’articolo innovatore sull’interpretazione delle favole. Un vero e proprio saggio, capace di gettare una nuova luce sulle storie per bambini. Le basi del lavoro si appoggeranno nella teoria post-femminista, post-strutturalista, post-colonialista e tutti i postumi introvabili del mio repertorio.

Una roba illeggibile, insomma. Fondamentalmente inutile. Un articolo ideale e irripetibile.

Giusto per scrupolo di coscienza mi rileggo Biancaneve e Hansel e Gretel, i due testi centrali che analizzo nell’articolo. Mi premuro di spiegare che uso “testo” perché ho intenzione di discutere non solo la versione scritta, ma anche, nel caso di Biancaneve, il testo cinematografico di Walt Disney, soprascritto per sempre a qualsiasi versione stampata. Nei riferimenti bibliografici mi sbizzarrisco con la moltiplicazione miracolosa di teorici e analisti della letteratura. Morale della storia, in questi tempi di capitalismo avanzato, io mi dedico alla gestione di un’economia essenzialmente “domestica”, i cui prodotti non hanno la benché minima circolazione al di fuori di me stessa.

 

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La prima cosa da fare è inventare un buon titolo. Deve essere solidamente accademico, ossia, deve avere i due punti che dividono il titolo vero e proprio e il sottotitolo esplicativo. Poi ci vuole il riassunto e, finalmente, il testo e i riferimenti bibliografici.

 

STREGHE BUONE E BAMBINI CATTIVI: UNA CARTOGRAFIA ANTROPOLOGICA DELLE FIABE CLASSICHE NEL XXI SECOLO.

 

Riassunto: Proposta di una mappa possibile della ricezione contemporanea, alla luce delle teorie della Scuola di Costanza e della proposta Gadameriana di un orizzonte delle aspettative di alcuni testi fiabeschi della tradizione occidentale. La teoria di un’estetica della ricezione porta a riconsiderare i ruoli attribuiti ai personaggi di fiabe come Biancaneve, Hansel e Gretel e altre dai lettori di oggi. I multipli lettori del testo fiabesco, infatti, leggono attraverso i lettori anteriori e si appropriano dei depositi sedimentati di significati e interpretazioni accumulate lungo il tempo, che possono essere, a loro volta, analizzati archeologicamente.

 

Come inizio non c’è male. Direi che ci siamo. In un colpo solo mi sono riferita ad alcuni nomi conosciuti, referenze accessibili chiunque, sicure, la mia garanzia accademica. Siccome le statistiche di produzione e di citazioni sono solo quantitative, mi metto così al riparo. Citami la persona giusta e ti dirò chi sei e di cosa ti occupi.

Mi metto al lavoro, e poche ore dopo questa mia full immersion nella cultura fiabesca traccio le ipotesi fondamentali, la sostanza del testo.

L’idea, grosso modo, si sviluppa in una prospettiva di parodia pseudo marxista della storia di Biancaneve e i sette nani. Le mie affermazioni sono tutte giustificate nelle metodologie delle Scienze Umane, quando affermo che la lettura tradizionale della fiaba è reazionaria poiché gli sviluppi del modello storico nella direzione proposta principalmente dalla scuola francese della Nouvelle Histoire richiedono la ricerca di una ricostruzione del quotidiano e dell’immaginario popolare, trasposto, ad un certo punto della storia, nel registro privilegiato dalle forza conservatrici, la scrittura. Da qui, la trasformazione di “aree mitologicamente costruite” della trasfigurazione del lavoro e dei rapporti sociali fortemente rivoluzionarie, presenti nella tradizione orale, in archetipi della conservazione delle disuguaglianze.

La fiaba di Biancaneve, nel mio articolo, si trasforma, in sostanza, in fabula reazionaria e moralista. Nella prospettiva di una teoria della storia come qui proposta, il racconto della giovane che fugge nel bosco, incontra rifugio con i sette nani, è avvelenata, si risveglia al bacio del Principe Azzurro, se lo sposa e vivono felici e contenti, può essere interpretata come sequenza positiva di fatti importanti, i cui protagonisti esistono solamente per averli realizzati. Insomma, la narrazione storica di natura evenementielle influenza il passaggio della narrativa di Biancaneve dalla fase orale a quella scritta. La potenzialità di analisi marxista si trova nella contrapposizione tra Biancaneve e i sette lavoratori delle miniere del re.

Non ci sono dubbi sul fatto che la rappresentazione disneyana dei sette nani che si alzano all’alba e fischiettano e cantano felici perché vanno a lavorare nel ventre della terra contiene gli elementi dell’ingiustizia sociale più assoluta, dell’abisso sempre più profondo che separa i ricchi e i poveri. Nani, perché come i bambini possono entrare nei cunicoli più stretti, dove l’aria sicuramente manca e le strutture della miniera sono più precarie, dove il rischio di restare sepolti, intrappolati è concreto.

Bene, i sette nani, quindi, lavorano in una miniera di diamanti e pietre preziose. Ma non sono, evidentemente, i padroni del posto. A meno che non li consideriamo di un’avarizia eccezionale, peccato capitale, come è bene ricordare in quest’articolo, che Dante così ben descrive nel suo Inferno. No, i sette nani sono poveri. Poveri in canna. Poverissimi. Del lucro della miniera evidentemente non vedono un centesimo. Non si spiega altrimenti il fatto che vivano in una miserabile capanna in mezzo al bosco, dove lo spazio ricorda molto quello delle camerate di baracche di campi di lavoro nella tundra siberiana: una sola stanza da letto, un tetto di paglia e molta sporcizia, tant’è che Biancaneve spazza e lava. Condizioni di vita più che proletarie, dunque per i sette nani. Mentre la giovane fanciulla è vittima delle macchinazioni di una donna forte e indipendente, in quanto tale strega e cattiva. Bellissima. Labbra e occhi da vamp. Nerovestita perché si sa, il nero basico è sempre, sempre chic. Femme fatale, triste riferimento ai pericoli rappresentati da donne potenti. La paura della donna si traduce in paura del femminismo. Questo è un tocco in più all’inutilità dell’articolo: un bel riferimento al genere, alla differenza, alla teoria degli women’s studies, usando come fonte il testo cinematografico della fiaba, in modo da mostrare anche una certa capacità nei cosiddetti cultural studies. Garantire il pane quotidiano. Amen.

Insomma, le donne rappresentano un pericolo alla stabilità di una società reazionaria, quando assumono il controllo e, come in questo caso, il potere. Ecco, dunque, che la forza rivoluzionaria di Crimilde obbliga la giovane Biancaneve, incarnazione del modello femminile di ideale cristiano, mussulmano, induista eccetera eccetera, ma comunque docile e buona e dolce e bella e molto giovane e fragile e bisognosa a fuggire, trovando rifugio nella baracca dei sette proletari, in cui apprenderà le arti femminili delle pulizie, del cucito, della danza. Qui, varie questioni sono in gioco:

  • La forza reazionaria che perde il suo potere, rappresentata da Biancaneve, che incarna i suoi valori e li metaforizza. Lo perde a causa di un modello femminile inaccettabile, perché non sottomessa, ma potente e autonoma. Crimilde è il cambiamento nei valori e nei costumi, oltre che la forza di un pensiero che si trasforma in rivoluzionario per davvero e “scaccia” il modello Biancaneve. Questo livello della fiaba rimette, da una parte, alla tradizione della storia politica più bieca, perché si riferisce alle dispute e ai fatti “grandi”, rivoluzioni, rovesci, re, regine, grandi nomi e grandi fatti che sono la struttura della storia tradizionale. Dall’altra parte mette in gioco i valori dei ruoli sociali femminili e le loro potenzialità destabilizzanti e sovversive.
  • La questione del ruolo immutabile dei sette nani, prima e dopo i grandi e vistosi mutamenti politici che il territorio attraversa quando Crimilde si torna potente e quando, alla fina, salvata dal principe, futuro re, Biancaneve torna “al potere”. Diciamo pure che la miniera dei sette nani apparteneva ai feudi in possesso della famiglia di Biancaneve. Il cambiamento politico rappresentato da Crimilde non incide sul quotidiano miserabile dei minatori ne’ del loro sfruttamento. Oppure, diciamo che la miniera fosse direttamente controllate gestita dai funzionari reali: non si può certo dire che la nobiltà fosse magnanima con chi gli forniva le straordinarie ricchezze minerarie!

Si può, quindi, affermare che i sedimenti rappresentati dalle teorie sociali, storiche, di genere e quant’altro incidono profondamente nella lettura e interpretazione che esiste oggi del testo della fiaba.

Questa fiaba non è più quella, grazie a questo mio articolo.

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FATALITÀ (3): l’azienda di Natale.

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L’entrata della libreria è una porticciola stretta in una piccola traversa della Rua Simpatia che sbuca nella Harmonia. C’è stata un’epoca in cui ho vissuto nella parallela, la Rua Wizard. Lo faccio notare a Medea che, nel mentre, si dirige a passo spedito verso una tizia che, con un panno infuocato in cima ad un bastone, cerca di far volar via i marimbondos dalla parete. Medea le strappa la torcia di mano e, con molta delicatezza, raccoglie amorevolmente il nido di marimbondos e lo deposita in mezzo alle pile di mattoni di un edificio in costruzione li di fianco, con l’assoluta certezza che i muratori, trovandoli, li adotteranno. Il passo successivo ci distoglie dal cammino verso la libreria della traversa, in direzione della farmacia più vicina, dove compriamo una pomata antistaminica per lenire i dolori della povera Medea, verso la quale i marimbondos non hanno rivelato la minima gratitudine. Finalmente, dopo essersi unta come una frittella appena uscita dalla padella, riprendiamo la strada e arriviamo ai libri. Quello che ci serve è una buona guida ai Bed&Breakfast che possiamo incontrare nel nostro viaggio.

La libreria si estende su vari piani, sopra e sottoterra, e a quest’ora non c’è molta gente. All’entrata, prendiamo due lampade a gas per poter percorrere le file di scaffali. La padrona la individuiamo subito, la conosciamo sin dai tempi delle grandi feste a Shangri-lá, é un’elfa che, tra di noi, abbiamo ribattezzato SN, perché snella, snob e sniffatrice di polvere di papaveri di Cina, il che le conferisce sempre un aspetto un po’ sognante che la rende ancora più snob, e che le toglie l’appetito rendendola snella. Miss SN, a cui manca soltanto un passo alla N per diventare SM, si chiama, in realtà, Rkywtranugdwyn, o qualcosa del genere in lingua elfica, ma visto che vive in Brasile la conoscono tutti con il nomignolo (assai raro da queste parti) di Maria. Maria era stata una quasi collega di facoltà mia, avevamo fatto insieme i corsi di Paleografia Runica, Filologia Orco-Pinnica (lo studio dei cambiamenti linguistici attraverso la poesia in atlantidese antico). Poi lei aveva fatto uno stage all’estero, in Grecia, con la supervisione della sibilla di Delfi. All’epoca aveva previsto la crisi dell’Euro, ma nessuno le aveva dato credito perché c’erano ancora le dracme. Io, invece, avevo preferito una borsa di studio che mi aveva portato in Brasile, a studiare con Babbo (di cognome) Natale (di nome). Non c’è niente da ridere, sul fatto che il signor Babbo, che poi ha insistito che chiamassi più familiarmente Nat, si sia trasferito da queste parti. Come lui stesso mi ha spiegato, al Polo Nord il clima non è proprio adatto a certi acciacchi dell’età. Poi, dopo l’esplosione di Tchernôbil, le renne sono state decimate e quelle che sono sopravvissute hanno moltissimi problemi a volare. Ma il problema più grave era il salario degli operai, elfi e gnomi finlandesi che, oltre al ricco stipendio, al rifornimento di carbone gratis per l’inverno (Nat non è un verde, non gliene importa ninente di inquinare bruciando carbone), rivendicavano il diritto ad avere sul posto di lavoro una sauna con piscina riscaldata e parco acquatico. Così, per risparmiare sul costo, aveva cercato un posto dove potesse delocalizzare la produzione e dove offrissero sgravi fiscali agli imprenditori. Grazie ad internet e al motore di ricerca sviluppato dalla Fantasy online (trade mark), Smeegle (marchio depositato), aveva scoperto che un sacco di municipi del Midwest brasiliano offrivano incentivi fiscali. Poi, per la mano d’opera, siccome è un vecchietto tanto buono e caro, aveva contrattato le creature magiche locali, ottenendo ancor più benefici perché questo personale é diversamente abile. I Saci-Pererê, per esempio, sono i suoi operai preferiti, perché gli permettono di ottenere benefici in quanto rispetta le quote razziali. Inoltre, siccome i Saci hanno una gamba sola, riceve ancor più incentivi. Le Mule Senza Testa, Mulas Sem Cabeça, d’altra parte, sono il suo gioiello di fronte alle richieste di quote rosa, ne ha messe varie nel consiglio di amministrazione. Belle e prosperose, peccano solo per la mancanza di testa. Così Nat, alla fin fine, fa quel che vuole del suo modello di gestione aziendale. Il vecchietto è un capitalista esperto, altroché, visto che per pagare meno contratta stagisti tra le Curupire, rimunerandoli con i dolcetti e illudendoli che un giorno qualcuno troverà la soluzione ai loro piedi all’indietro.

Morale della favola, poco ci mancava che fosse il Comune, a pagarlo, per dar lavoro a tanta gente che avrebbe potuto aver più difficoltà di altri nel mondo competitivo degli affari in tempi di globalizzazione. Il sindaco della città si sfregava le mani, pensando a quanti soldi risparmiava in strutture di appoggio ai diversamente abili. Se le sfregava ancora di più quando pensava al marketing turistico per la città, che tra i suoi attrattivi vantava il niente più assoluto. In tempi passati c’era stato un momento in cui la città aveva addirittura ricevuto alcune stelle hollywoodiane. In realtà non era proprio la città. Era una Fazenda di una ricchissima Incuba, che aveva fatto la sua fortuna come modella in un quadro di Goya (è la creatura seduta sullo stomaco della giovane dormiente, non la Maya Desnuda), e poi aveva investito in terre ed era diventata una latifondista brasiliana. Insomma, la sua Fazenda si chiamava Eliseum e aveva la sua propria pista di atterraggio. Così, negli anni trenta, dava grandi banchetti a cui partecipavano le stars. Ma poi, quando si era trasferita all’Isola che non c’è, la Fazenda era entrata in rovina e la città era scomparsa dalle mappe. Adesso, Nat era l’asso nella manica alle prossime elezioni

Comunque. Comunque. Allora, io avevo avuto un a borsa di studio in questo posto ai tropici, e studiavo in questo edificio:

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La fabbrica era nel sottosuolo. Poi, dopo la borsa di studio, ero finita a vivere a Black Stream, dove ancor oggi mi trovo. 

Detto questo, mi sa che devo tornare alla nostra libreria, visto che con queste divagazioni interminabili, siamo ancora senza guida di viaggio e dobbiamo cominciare a cercare lo Yeti…

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FATALITÀ (2)

2013-06-18 19.40.33 É una giornata straordinaria, al Prato dei Pioppi, così brillante che decidiamo di farla durare 26 ore invece delle solite 24. Nel laghetto di pietre brillanti, i pesci si ripuliscono, depositando scaglie d’oro sul fondo. È la nostra ricchezza, quella che ci permette di vivere e viaggiare. Usiamo anche i pezzi di corteccia d’argento dei pioppi, che raccogliamo dopo che hanno fatto il bagno di luna piena. Guardo le mie amiche e penso che sia evidente che la Lupa Romana appartenga al popolo dell’Isola che non c’è anche se sulla cartina c’è ed ha un nome e si può visitare, ma quello che si trova è solo un doppione in 3D pieno di gente che si fa la villa, la portaerei e il vulcano privato. Al suo fianco siede Fatavarich, una ninfa di origini siberiane, che crede fermamente che a ciascuno deve essere data una bacchetta magica secondo le sue necessità, e con questa lavorerà secondo le sue possibilità. È una bella filosofia, quella di Fatavarich, che restituisce a tutti i membri del popolo fatato i suoi mezzi di produzione. So che quando stava in Siberia faceva architettura di ghiaccio. Poi è stata per un po’ di tempo al Salar di Atacama, costruendo palazzi e statue di sale. Un giorno, però, si è accorta ch i muri che aveva costruito si stavano crepando, per cui ha deciso che si dedicava al traffico dei maggiolini, dei maggioloni e delle carrozze tirate dai ragni. Ha fatto presto carriera, ed oggi amministra anche il flusso di immigrazione magico, cercando di evitare gli inevitabili problemi culturali che possono sorgere quando un Djin monta la sua lampada di nomade di fianco, che ne so, alla villetta di pan di zucchero di una strega tedesca. Oppure, quando un cinocefalo mongolo ulula alla luna sotto le finestre di uno gnomo svizzero. Son poi problemi, questi, che qualcuno deve pur affrontare! C’è poi una guerriera, tra noi, che per svagarsi dirige telepaticamente una fattoria modello in un piccolo microcosmo parallelo. L’altro giorno aveva il problema delle lumache celesti che le mangiavano le piante carnivore, che lei usa al posto della carne. Al tavolo c’è pure un elfo cisalpino, si vede dalla forma del naso e dal taglio un po’ obliquo degli occhi. È uno degli elfi più pacifici che conosca, va in giro con una vecchia tortuga che, quando spinta al massimo, va ai 23 all’ora, suscitando la rabbia degli automobilisti comuni. Comunque, visto che Fatavarich ne ha parlato, decidiamo di raccogliere dall’orto un po’di bacchette magiche, dei frutti rossi che ammiccano quando li metti in bocca, leggermente lisergici, con cui si fa l’insalata. Quando le bacchette magiche seccano, si estrae una polvere che, immessa nella nebbia, si avvolge ai nostri sogni ad occhi aperti, rendendoli più colorati e caleidoscopici. Domani, allora, io e Medea andremo nell’emisfero sud, alla ricerca di qualcuno che possa aiutarci a rintracciare lo Yeti.

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Biografias impossíveis, contos, racconto

FATALITÀ (1)

Io e Medea decidiamo di prenderci qualche giorno di riposo in un resort specializzato in yogurt. Il resort è famoso per i suoi favolosi letti terapeutici a chiodini, che hanno la particolarità di essere girati a seconda della stagione, per rendere più efficace la terapia: d’ inverno le teste e d’ estate le punte.

Il resort é sul’ Himalaya, un posto assolutamente mistico ed esoterico a uno sputo da Thimphu. A Thimphu c’è una bellissima fonte della gioventù, all’interno del Palazzo delle Terme. Dopo il bagno ci ritroviamo vent’anni più giovani.

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Il resort, che si chiama “Allo Yeti allegro”, ha sul davanti un piccolo pub accogliente, luci soffuse e rivestimento in legno, così durante le fredde notti invernali dell’ Himalaya si poteva socializzare guardando la fitta neve cadere là fuori. Una svizzera orientale, insomma, con tutti i confort che una fata, una strega o un’ arpia moderna possano desiderare. Comunque, si, insomma, io e Medea decidemmo di farci questa settimana dal nostro vecchio amico.Quando arrivammo, dopo un viaggio piuttosto difficile a dorso di yak, ci dissero che il padrone, lo Yeti dell’insegna, aveva rinunciato all’attività perché si è reso conto di essere in estinzione. Se ne è andato a svernare da qualche parte in Sudamerica e non è più tornato a Thimpu. Ci facciamo comunque un giretto nella zona prima di approfittare di un concerto all’aperto in cui suonano le trombe tibetane. Il cielo si riempie di suoni metallici simili ai gemiti delle balene in calore, il che commuove fino alle lacrime Medea, che non riece a fari una ragione della scomparsa di Caramella, la piccola balenottera azzurra che risalendo i tubi era un giorno arrivata alla sua vasca da bagno. La fidanzata di Medea, però, soffriva di un sacco di allergie e, nella lista di cose che la facevano starnutire, c’era anche il pelo di balenottera azzurra. In una staffetta combinata di due piccoli TIR, la piccola Caramella era stata affidata ai suoi genitori d’adozione, in un laghetto salato nel grande salar di Uyuni, in Bolivia. Un giorno, però, Caramella si era inbissata ed era sparita nel labirinto di sale andino. Era stata avvistata qua e la in mezzo ai fenicotteri della laguna verde, al confine con il Cile.Poi, più nessuna traccia. Ecco, i suoni trombotici, cioè di trombe ipnotiche, dell’Himalaya aveva rievocato la nostalgia di Medea.

Il fatto che gli Yeti fossero in estinzione ci aveva preoccupate, così decidemmo di tornare al Prato dei Pioppi e parlarne con gli altri membri della comunità.

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Lo facemmo durante un pranzo a base di fiori: crema di fiori di zucca, rose arrosto con la cannella e, per finire una deliziosa torta i iris e acacia. L’unico problema era la moltitudine di api che cercava di scroccare le pietanze. Riuscimmo ad arrivare ad un accordo rifornendole di alcool, nel quale depositarono propoli e miele, di modo che, dopo il pasto, ci godemmo anche un delizioso liquore naturale. La Lupa Romana, responsabile per buona parte della nostra scorpacciata, saputo della scomparsa dello Yeti ci suggerì di rivolgerci a un suo qualche parente, per scoprire qualcosa di più sull’ultimo rifugio del nostro amico. Mentre discutevamo in quale direzione svolgere le nostre ricerche, il sole cominciò a calare ed io e Medea decidemmo che il giorno dopo saremmo partite alla ricerca dello Yeti in Sudamerica.

 

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racconto

Un sabato qualunque.

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Sabato sera è il momento di buttarsi. Si esce conciate da Sabato sera. I ciaffi migliori raccolti nei negozietti “seconda mano” del Jordaan. Lei, quella sera, aveva scelto per la decadenza del tutto nero esistenzialista. Capelli corti leccati da una dose di gel ben superiore alla modica quantità. Sotto la giacca informe, una canotta stretta e sexy, erché poi a ballare si suda, quindi due piccioni con una fava: si vede il tatuaggio floreale sulla spalla e niente puzzo di capra per via del sudore. La sera è una delle solite. Gente in piazza, pronti tutti a bere, a pellegrinare su e giù per i locali più o meno alla moda. A cavallo della bicicletta si sente un po’ cow-boy, e i taxi sono solo dei pericolosi mohicani i rotta di fuga. In un vicolo stretto, entra nel locale un po’ nascosto. Bisogna accontentarsi di questo stanzone spoglio, dove già alcune figure stanno appiccicate alle pareti, studiando la situazione e la fauna in entrata. Con passo deciso, molla la giacca al guardaroba e si caccia le mani nelle tasche posteriori. Con studiata  indifferenza. Al banco, con sguardo volutamente torvo, ordina una birra, seduta di sghimbescio. Le facce sono sempre le stesse, da qualche tempo non si vede niente di nuovo. Lo fa notare alla barista, al momento indegnamente svaccata sul bancone, incurante della fila che si sta formando. Dipende, cosa ti aspetti? Le risponde ancheggiando verso i bicchieri. Rollando una sigaretta, la osserva. Non aveva mai notato che bel fisico avesse, la barista. Annota mentalmente di farle un complimento, più tardi. Da più di un anno viene qui, tutti i sabati l’ha vista servire birre, sorbendosi le confidenze alcoliche delle avventrici solitarie. Poveraccia. Non ha ancora capito se abbia una storia fissa o qualche amante saltuaria. La sala è piena. Facce note le fanno cenni di saluto. Pensa che tanto vale ballare, tanto non se la sente proprio fino in fondo, di cercare una preda per farsi un’avventura da una notte e via. Sarà l’età che avanza, saranno i casi strani della sorte che ha già avuto, ma vorrebbe una storia un po’ più seria, una volta tanto. La musica fa schifo, stasera. Un’occhiata di sgancio. Si, la d.j. è una sua vecchia fiamma… magari lo sta facendo apposta, a mettere su della roba che fa addormentare in piedi? Con qualche conoscente improvvisa un po’ di ballo coscia a coscia, ma nessuna le dice pois molto. Alcune le conosce da tempo, tipi che non pensano poi ad altro che a trovare una bella esponente del sesso effeminato, più che femminile. A queste non entra proprio in testa che le fèmme sono traditrici e che si aspettano solo di essere riverite e ricoperte di regalucci, bigiotterie e falsi brillanti davanti a cui fare ooohhh! con la boccuccia sporca di rossetto. Lei vorrebbe qualcosa di meglio, se non vi dispiace. Al bancone del bar, di nuovo. Un piede appoggiato sulla sbarra, in basso. La mano sinistra nella tasca posteriore. Il tatuaggio brilla di sudore. Come previsto. La barista è infallibile, tende la birra ghiacciata e commenta: “Noia, eh?”. Grande. Se non fosse che non se ne ricorda neppure il nome, salterebbe il bancone per abbracciarla. Ma è buona regola stare a buona distanza dalle bariste: gira voce che sappiano tutto di tutte, per via di qella faccenda delle confessioni alcoliche. Si gira verso la sala: il colpo d’occhio è buono. Ci sono delle belle figliole, certo. Però… però… continua ad essere una discoteca, ma che razza di relazioni si potranno mais creare in un ambiente così? Forse, pensa, dovrebbe piantarla con questa schizzofrenia del fine settimana un po’ underground e il resto dei giorni a far la seria e posata in biblioteca… Magari dovrebbe guardarsi seriamente attorno anche in biblioteca. Solo a pensarci, le vengono i brividi: se qualcuno, poi, lo venisse a sapere? Meglio mantenere le distanze da se stessa, la situazione, direbbe qualcuno, è delicata. E la paura del preconcetto, dove la mettiamo? Qui dentro, sa benissimo di far la parte del leone, ma la fuori… beh, la fuori è tutta un’altra storia! La solitudine malinconica comincia ad entrarle in circolo, come la birra. Sta quasi per decidere di andarsene, in fondo le ore sono passate, la stanchezza le pesa sugli occhi. La barista è all’improvviso al suo fianco, dicendo che, tanto, di lei non c’è così bisogno, e che fare l’assistente sociale ai deliri alcolici, tanto vale farlo per una persona in modo più accurato. Le passa una mano attorno alla vita. Lei non si ritrae, ma è come se la vedesse per la prima volta: sente il suo lieve sentore di fumo depositato su di lei dagli sbuffi delle avventrici e, più sotto, di un profumo fresco, lieve, gustoso. Capelli a paggetto, un corpo elastico. Perché no? Perché non se n’è accorta mai, prima d’allora? Continua a non ricordarne il nome, però… mentre recupera la giacca in guardaroba. Vede anche lo sguardo invidioso di uelle che non avranno compagnia nel loro letto, quella sera. Lei tira su le spalle, insomma, continua a fare il suo gioco della conquistatrice, ma non riesce poi a sentirsi tanto tenebrosa. Escono. La città sembra ancora tutta sveglia, ma sono solo i nottambuli che ingannano e s’ingannano. Inforcano le biciclette, ma quel piccolo tarlo del nome continua a non lasciarla in pace. Non osa chiedere: un repentino attacco di timidezza o, forse, si rende conto che è troppo tardi, per farlo… Finiscono a casa su, un caffè? No, vieni qui, dai, il primo bacio incerto, spogliarsi senza staccarsi, rotolano sul letto, e poi questa compagnia inaspettata, che le accende un sigaretta con uno strano sorriso. E aggiunge, con aria di sfida: “Scommetto che non sai dirmi come mi chiamo”. Lei fissa il soffitto, si sente morire, trattiene il fiato per un istante. Vorrebbe nascondersi dietro una trincea di parole, è stato bello, che importa il nome, tanto già un po’ ci si conosceva, e invece, non può. Chiude gli occhi e sussurra: “No, non conosco il tuo nome”. E seppellisce il viso nel suo abbraccio.

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